venerdì 29 giugno 2007

Resoconto della serata del 28 giugno a Firenze

Eravamo molti di più di quanto pensassi. Forse un centinaio di persone. Era concepita come veglia "ecumenica", e in effetti c'erano i rappresentanti di varie religioni cristiane (battisti, valdesi, ortodossi, cattolici).
All'ingresso abbiamo ritrovato con sopresa un romano conosciuto ad Albano, che era lì con amici di Nuova Proposta (o La sorgente? Non ricordo). Comunque ci ha perso abbastanza presto, nonostante le nostre ricerche.
La serata si è svolta facendo alternare un interludio musicale (una violinista, un controtenore, una pianista), un brano biblico, il racconto della storia di una vittima dell'omofobia, un salmo. Tutto per 5 volte, quante erano le storie narrate. Al termine di ogni storia un gesto simbolico prevedeva la comparsa di un fiore dal coccio di un vaso che all'inizio della serata era stato rotto.
Dopo le testimonianze c'è stato un momento di preghiera spontanea, i ringraziamenti e il Padre Nostro. Tutto si è svolto in un clima di grande cordialità e rispetto, senza pathos o tensioni. La riflessione si è sostituita alla preghiera. All'uscita della Chiesa l'aria era frizzante e pulita come non capita spesso da queste parti. Io e Paolo ci siamo fermati in una gelateria siciliana; io ho preso un gelato buonissimo ai fichi e alla nocciola; poi abbiamo proseguito verso casa, piano piano, parlando dei ragazzi che abbiamo incontrato, delle storie che abbiamo sentito e chiedendoci in quale locale gay fosse finito il nostro amico romano.

mercoledì 27 giugno 2007

Da "La Repubblica" di Firenze di oggi

"Noi, cristiani omosessuali in Veglia"

articolo di Maria Cristina Carratù da "Repubblica – edizione di Firenze", martedì 27 giugno 2007

SONO gay, e cristiani. Se c'è una categoria di omosessuali doppiamente sofferente sono proprio loro. Quelli che, oltre al peso dell'emarginazione sociale, portano il fardello della condanna della loro Chiesa. Cattolica, s'intende, perché altre confessioni cristiane offrono invece solidarietà e accoglienza. Non a caso perciò la prima veglia ecumenica di preghiera per le vittime dell'omofobia che si tiene in Italia, organizzata dal gruppo di cristiani omosessuali Kairòs di Firenze con l'adesione di gruppi di tutte le regioni, si svolgerà domani alla Chiesa Valdese di via Lamarmora (ore 21), sostenitrice dell'iniziativa insieme alla Chiesa Battista.

Un appuntamento inedito, che dovrà servire, come si spiega nel sito di Kairòs (www.kairosfirenze.it ) non solo per incontrarsi, una volta tanto - credenti omosessuali, e non - a pregare insieme in un luogo di culto, ma anche per ricordare «i nostri morti», quelli che hanno costellato una lunga storia di persecuzioni: dai roghi medievali ai lager nazisti, fino ai casi odierni di omofobia finiti in tragedia, Paolo Seganti ucciso a coltellate in un parco fra l'indifferenza della gente, Matteo gay sedicenne suicida per disperazione.

L'occasione, anche, per far capire come l'omofobia, così diffusa e tollerata, altro non è che una forma di razzismo, vietato dalla Costituzione: «Rispetto a cui, però» fa notare Jacopo, 35 anni, uno dei fondatori di Kairòs, «non esiste il minimo allarme sociale».
L'omosessuale credente, oltretutto, deve fare i conti con l'omofobia della Chiesa, sempre più pressante e persecutoria.

E forse non è un caso, osserva Cosimo, 26 anni, l'ideatore della veglia di giovedì, «che le crisi esistenziali all'origine di Kairòs siano maturate tutte intorno al 2000»: l'anno della Chiesa trionfante del Giubileo, e delle ire del cardinal Ruini contro il World Gay Pride di Roma.

Kairòs denuncia un vero paradosso. «Un credente gay, come ogni credente, ha bisogno innanzitutto di trovare il senso profondo della vita », spiega Jacopo. Purtroppo , i messaggi della Santa Sede fanno pensare che il Vangelo parli solo di sesso, con prescrizioni dettagliate e tassative. E così, a ricordare che Gesù è il Risorto e il Salvatore di tutti, quasi quasi ci ritroviamo da soli».

Nessun orgoglio di bandiera all'origine di Kairòs, ma una dolorosa constatazione, come ricorda Simone, 26 anni, un altro dei fondatori: «che nella vita quotidiana della chiesa è impossibile vivere l'omosessualità come una delle tante condizioni degli uomini, cui Cristo si è rivolto senza distinguo». E un sogno,anche questo paradossale: «Potere, un giorno, scioglierci».

Qualche Curia, quella di Firenze compresa, invita i gruppi di credenti omosessuali a incontri ufficiali. Al termine dei quali, però, racconta Enzo, 35 anni, «tutto è sempre rimasto come prima». Le (poche) offerte di considerazione dai vari uffici ad hoc per la "pastorale omosessuale", hanno nascosto, neppure tanto velatamente, l'obiettivo di un riaccompagnamento sulla «retta via».

Mentre nella vita di tutti i giorni agli omosessuali, considerati credenti da convertire e a cui è vietato fare la comunione, continua a restare quasi impossibile dichiararsi, perfino nelle loro parrocchie. Sebbene non manchino i preti amici, capaci di ascolto, come don Alessandro Santoro delle Piagge, che ha dato il primo appoggio logistico al gruppo, o il Vescovo toscano che ha scritto una lettera calorosa (ma privatissima) in risposta a quella inviata dal gruppo a tutti i pastori della regione in occasione della veglia. Ma di solito il singolo prete, che pure non condanna, invita però a non esporsi. Mentre i Gay Pride, che come nota Cosimo «restano un grande evento di liberazione e solidarietà», non offrono, come è ovvio, alcuna risposta alle esigenze spirituali. Invece, sottolinea Enzo, quello a cui punta Kairòs «è proprio l'aperta riconciliazione di se stessi con la propria fede». E siccome ridare voce a un "sé" rattrappito è compito arduo, oggi, non solo per gli omosessuali, il gruppo fiorentino si offre «a chiunque, credente o no, abbia voglia, non solo di pregare, ma di promuovere la costruzione di relazioni vere tra le persone».

Veglia contro l'omofobia

Ricevo da Fabio di NP questo messaggio, che vorrei rendere noto a tutti!

ciao!!!




Come a Firenze, Torino, Milano e Roma, anche a Palermo si terrà una veglia di preghiera per ricordare le vittime dell'omofobia.
La giornata del 28 giugno l'associazione omosessuale Koinonia Palermo (www.koinoniapa.it) ha organizzato alle 21 la veglia alla chiesa valdese di via Spezio 43.
Sarà anche un modo per essere in comunione spirituale con tutti voi.

Vi ricordo con affetto e vi abbraccio ad uno ad uno.

Fabio

lunedì 25 giugno 2007

Che sia chiaro: o sei gay o sei cattolico.

Offese ai gay. Insulti ai fedeli. L'omelia di mons. Matarrese

"Che sia chiaro, «i gay non possono essere considerati cristiani». Lezione di catechismo con digressione omofoba, quella impartita il 26 maggio da mons. Giuseppe Matarrese, vescovo di Frascati, ad un gruppo di ragazzini in preparazione per la cresima. Il fatto è accaduto a Montecompatri, piccolo paese in provincia di Roma, ed è stato riportato dalla agenzia cattolica Adista che da lunedì darà un resoconto dettagliato della vicenda. Il vescovo stava parlando della famiglia, della famiglia naturale eterosessuale, quando ha sentito il dovere di spiegare il posto degli omosessuali: fuori dalla Chiesa. Una dottrina in chiaro contrasto con il magistero cattolico, visto che le pecorelle smarrite vanno accolte. Probabilmente mons. Matarrese ha voluto parlare chiaramente, per farsi capire meglio dai giovani ragazzi. Che hanno afferrato il concetto. Una ragazzina presente al ritiro spirituale ha alzato la mano e lo ha contestato: «Secondo me non è giusto».
Così ha detto: «Secondo me non è giusto perché i gay invece possono amarsi come un uomo e una donna». E qui, racconta Adista, il vescovo 73enne ha perso la pazienza, zittendo in malomodo la ragazzina ribelle chiamandola "scema" e rivolgendo un irritato "hai la capoccia vuota" ad una compagna che tentava di difendere l'amica. Peggio: mons. Matarrese si è rivolto ai genitori e al parroco pretendendo le scuse da parte dei cresimandi, minacciando di escluderli dalla celebrazione del giorno successivo. Mamme e papà preoccupati hanno tentato di convincere i figli, inutilmente. Le scuse non sono arrivate. Il vescovo ha comunque deciso di impartire la cresima ai ragazzi ribelli e agli adulti che li accompagnavano, ma si è tolto un sassolino dalla scarpa: durante l'omelia, ha parlato direttamente con i genitori invitandoli caldamente di tenere sott'occhio i figli che «evidentemente si sono allontanati dalla retta via». "Liberazione" ha tentato di raggiungere telefonicamente mons. Matarrese, che però si trova in ritiro spirituale e non ha potuto fornire una spiegazione.Ruiniano di ferro, il vescovo di Frascati è fratello del più celebre Antonio Matarrese, presidente della Lega Calcio, e di Vincenzo, presidente della squadra di calcio del Bari. Non ha mai fatto mistero delle sue posizioni politiche. Alla vigilia delle amministrative 2005 aveva organizzato un incontro con trenta preti della sua diocesi e il candidato regionale Francesco Storace, poi battuto da Piero Marrazzo. «Sono di destra. Che c'è di male a dire: "Votate Storace"?».Una famiglia, i Matarrese, schierata completamente a destra: la sorella è sposata con un senatore di Forza Italia, mentre Antonio faceva parte della direzione nazionale dell'Udc ed ex segretario provinciale a Bari del partito di Casini. L'episodio di Montecompatri non è isolato. Poche settimane fa un sacerdote del barese aveva negato la comunione ad un giovane. Un fatto sgradevole: il prete ha atteso che il ragazzo si avvicinasse durante la messa per ricevere l'ostia e lo ha allontanato dicendo apertamente e davanti ai fedeli «No, a te no perché sei gay». Il movimento gay-lesbo-trans-bisex e queer denuncia da tempo una recrudescenza dell'omofobia in Italia. Scritte xenofobe dell'estrema destra a parte, gli omosessuali si lamentano apertamente delle opinioni anti-gay espresse quotidianamente da politici ed esponenti della Chiesa cattolica. Pochi giorni fa andava in onda sul Tg2, ha denunciato Franco Grillini, un appello di Buttiglione al movimento omosessuale perché condanni apertamente la pedofilia, «come se ci fosse una qualche continguità»." tratto da Liberazione del 25 giugno 2007, articolo di Laura Eduati

Con tutto il rispetto, sig. Matarrese, lei è un pastore della Chiesa Romana e quindi ha ogni titolo per decidere o meno il mio essere "cattolico"; ma sulla definizione di "cristiano", mi lasci sottolineare che il copyright non ve lo siete ancora aggiudicato. Anzi, le dirò, che forse, visto il suo atteggiamento, lei non sa proprio cosa voglia dire essere cristiano. Eviti, dunque, l'uso di vocaboli di cui non conosce il significato.
E a voi, amici chiedo: ma perchè dobbiamo continuare a dichiarare un bisogno di appartenenza a una Chiesa che non ci riconosce alcuna dignità? La cosa più sconvolgente è che quelle due ragazze che hanno contestato il vescovo (a proposito, W le donne: senza il loro coraggio nel mondonon ci sarebbe spirito critico) si sono lasciate comunque cresimare. A che pro?

sabato 23 giugno 2007

Lettera ad Avvenire e risposta

Cr* tutt*,

vi riporto la mia lettera ad avvenire mandata dopo il Pride e la risposta del giornale.
Lascio a voi giudicare prima di dirvi cosa ne penso poco sotto. Vi invito fin da subito a scrivere a detto giornale, proprio perché si chiede il dialogo e bisogna sempre dialogare: qualcuno, cito a memoria, disse che chi opera nella verità viene alla luce. Abbiamo forse da vergognarci di noi e del nostro amore?

LETTERA:

Commento riferito all'articolo: http://www.db.avvenire.it/avvenire/edizione_2007_06_16/articolo_764705.html La pagina e tratta dal sito di Avvenire online: http://www.avvenire.it

Cara Redazione di Avvenire,

ho letto l'editoriale di Folena sul Pride di Roma. Ci sono stato, ho partecipato, mi sono appassionato per una rivendicazione di diritti che investe la mia vita direttamente.
Accolgo con interesse, come sempre, come la mia educazione di (ex)cattolico mi ha insegnato, ogni apertura al dialogo, eppure vi chiedo: è apertura quella di chi mi indica come "intrinsecamente disordinato" contro ogni evidenza scientifica? E apertura quella di chi mette insieme omosessualità e pedofilia, denigrando e insultando milioni di cittadini e cittadine italiane che lavorano, pagano le tasse e non sono criminali come invece chi commette atti di pedofilia? è apertura dichiarare che le unioni omosessuali minano il matrimonio tra un uomo e una donna? E come? Mio fratello si è sposato l'anno scorso, tra poco diventerò zio, e sono stato felicissimo che facesse questo passo, aiutandolo contro le resistenze più o meno naturali della mia famiglia e della famiglia di mia cognata. Loro, sposati ad Assisi, cristiani credenti, mi hanno accolto e mai giudicato. Per esperienza so quanto è difficile per chi si ama non avere l'appoggio di nessuno quando si cerca di costruire il proprio progetto di vita.
Ecco, queste cose chiedeva la piazza, una piazza esacerbata da ragionamenti che difettano di logica e che rifiutano di estendere i diritti e i doveri della costruzione di una società civile sana a dei cittadini che non differiscono dagli altri se non per l'orientamento sessuale.
Io sono qui, disposto a dialogare, ma i dialoghi si fanno in due, con la rispettiva disponibilità a cambiare le proprie posizioni. Chi difende la "famiglia naturale" è disponibile ad ascoltare la scienza e la società in cui vive? non sarebbe più utile per tutti giungere ad un felice compromesso?
Ad esempio, non mi interessa neanche un po' chiamare il mio compagno "mio marito": tuttavia voglio poterlo visitare quando soffre in ospedale, prendermi la responsabilità di decidere delle sue cure se lui non può, prendermi la responsabilità di mantenerlo quando non potesse da solo andare avanti, sostenerlo nella vecchiaia e nella difficoltà, lasciargli l'eredita; voglio che riceva la mia reversibilità, volgio poter visitare la sua tomba senza ingiunzioni da parte di parenti "omofobi" che basterebbe solo definire razzisti, e sopratutto voglio che questa mia coppia sia riconosciuta dalla società che contribuisce a costruire, con atto pubblico. Perchè facciamo la spesa, compriamo mobili, paghiamo il mutuo, paghiamo il canone rai, lavoriamo, abbiamo amici, e parenti, che aiutiamo e sosteniamo come possiamo - al megliodi quanto possiamo. Che sia chiami matrimonio, dico, o vattelappesca cosa volete che ci importi... Dunque perchè non sviluppare una giurisprudenza ed un diritto positivo per le coppie omosessuali, riconoscendo la loro diversità e salvaguardando la differenza del matrimonio?
Cosa, da ultimo, è "inaccettabile" nella richiesta di diritti e doveri che nascono da un rapporto d'amore tra persone libere e sane?

Vi ringrazio per l'attenzione,

Stefano Ventura

LA RISPOSTA (22 gigno 2007, supplemento E' Famiglia)

Caro Ventura,

non ho competenza specifica per parlare della posizione della Chiesa circa l’omosessualità. Sono però certo di due cose: innanzitutto che l’espressione “intrinsecamente disordinato” non è mai riferita alle persone, qualunque sia il loro orientamento sessuale. La seconda cosa che le posso assicurare è che nessuno – né nella gerarchia ecclesiastica né tanto meno su questo giornale – ha mai equiparato omosessualità e pedofilia che sono cose assolutamente diverse.

E’ la seconda parte della sua lettera però, a reclamare una risposta non elusiva e che rappresenta un’occasione di dialogo da non sprecare. Lei dice “non mi interessa chiamare il mio compagno ‘mio marito’..che sia matrimonio o Dico o vattelapesca cosa volete che ci importi” ed elenca invece una serie di diritti, rispetto ai quali fa legittima richiesta di riconoscimento. Personalmente penso che questo sia esattamente il terreno sul quale possiamo ritrovarci senza divisioni ideologiche. Il nostro unico “limite”, per così dire, è quello che lei stesso scrive nella penultima frase della sua lettera: “dunque perché non sviluppare una giurisprudenza e un diritto positivo per le coppie omosessuali, riconoscendo la loro diversità e salvaguardando la differenza del matrimonio?”. Ecco il punto: se si evitano equiparazioni con convivenze di diverso tipo, si può arrivare senza grandi difficoltà ad individuare a uno a uno proprio quei diritti individuali che – fin dall’inizio di questo dibattito – la Chiesa e noi nel nostro piccolo abbiamo indicato come strumento di reale promozione.

Molti dei diritti, che lei ricorda sono già riconosciuti dalle leggi più recenti o dalla prassi giurisprudenziale. Ma in questi mesi abbiamo indicato varie possibili soluzioni tecniche – da una riforma del Codice Civile in materia di eredità al riconoscimento degli accordi d convivenza – per arrivare all’obiettivo di rendere i diritti individuali fruibili più facilmente da tutti i conviventi – omo ed eterosessuali – il subentro nel contratto di affitto, la cura in ospedale, la regolazione dei rapporti patrimoniali all’interno della coppia, la libertà nel decidere i propri lasciti ereditari, se questo non danneggia i diritti dei figli eventualmente presenti. Le uniche perplessità, per la verità, le conserviamo sulla questione della pensione di reversibilità, soprattutto per i conviventi eterosessuali, che potrebbero accedere al matrimonio ma fanno scelte diverse (non a caso pure i Pacs francesi la prevedono). Occorre infatti evitare che vengano create delle “nozze di serie B” con tanti diritti e pochi doveri, in concorrenza oggettiva – sempre per le coppie eterosessuali – con il matrimonio. Lo ripetiamo: siamo contro le discriminazioni e siamo aperti a chi voglia dialogare e confrontarsi senza tacciarci gratuitamente di omofobia. Proviamo a ragionare ancora insieme partendo da questa base comune? Grazie dell’ascolto. (Francesco Riccardi)
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Nei commenti al post potete leggere cosa ne penso e come fare a rispondere.

baci

venerdì 22 giugno 2007

Avveniristico!

Carissim*,

ho appena finito di leggere la risposta del giornale Avvenire alla mia letteronza.
Che delusione! Mi aspettavo di più!
Ragazzi stiamo vincendo! Sono stanchi di combattere pure loro...
Perché dico questo?
Perché chi ha risposto ha bypassato a piè pari senza darne alcuna giustificazione etico-religiosa il riconoscimento con atto
pubblico
di una coppia omosessuale.
Insomma la risposta, garbata nei toni, mai aggressiva, talvolta finto-dotto-legale, ha saltato il cuore della mia richiesta: perché non posso essere riconsciuto pubblicamente come coppia?
Inoltre non ha spiegato in nessun punto come questo riconoscimento può minare la santa stabilità dell'etero-unione-divino-ordinata sacramentalmente.

Ragà, come se dice a Roma: "Sta'ffa recchie da mercante! a paraculo!"... che vuol dire, intenzionalmente, scegli di trascurare l'oggetto della mia richiesta per rispondere diffusamente a
dettagli secondari, furbetto birichino...

Aspetto vostre ardue sentenze, e al più presto mi metto a digitare il testo della risposta.

Baci, abbracci, sorrisi e pizzicotti (ma solo a chi dico io!)

Stefano Advocatus Diaboli

giovedì 21 giugno 2007

un milione di modi di dire "ti amo"

Carissim*,

dare un resoconto oggettivo dell'emozione del 16 giugno è virtualmente impossibile.
Ho visto facce allegre e decise, cantare di se in un milione di modi.
Con 40 carri, castigatissimi in verità, abbiamo sfilato talvolta senza allegria, con l'amarezza di sapere che SIAMO SOLI. Nessuna istituzione si è anche solo piegata ad ascoltare quello che avevamo da dire, quello che un milione di contribuenti e cittadini aveva da dire.
Il silenzio assordante in cui ci hanno accolto non è surreale?
Nessuno ha creato polemiche più di tanto, si è semplicemente trattato di un ribadire, stanco, che le posizioni delle parti sono quelle che sono. E noi qui, in un limbo sociale, a vegetare.
Attenzione alla strategia del muro di gomma.
Nel corteo poche trans appariscenti con seni nudi in iperrealismo, ma trans che sfilano come noi, con cartelli con su scritto "potrei essere la tua infermiera".
E pochi belloni muscolosi, ma tanti giovani e sorprendentemente, donne e uomini di mezza età, a ridere e guardare senza condanna ma con curiosità e partecipazione.
E poi la gran voglia di batterci le mani, e le stronzate autolesioniste di chi insulta beceramente Benedetta definendola "frocio". Sono stupidaggini che lasciano il tempo che trovano.
Anzi, credo dovremmo iniziare una sana politica di damnatio memoriae: non parliamo più di questo piccolo stato estero, che come parafulmine intoccabile assorbe le saette che dovrebbero essere indirizzate ai nostri politici. Prendiamocela con Prodi, con Fassino, con D'Alema, con la Bindi, con Bertinotti con tutta la nostra classe dirigente, perché sono loro, non la vedova in bianco a impedirci di essere cittadini di serie A.
Quindi, il mio modesto appello per il prossimo pride è: basta dare spazio a questa gerarchia di una religione che in maggioranza non pratichiamo. O che se è la nostra è così lontana da dette gerarchie da poterle vedere con le stesse proporzioni di Alpha Centauri dalla terra! Invece più rabbia contro il nostro governo! Quello ci rappresenta Benedetto no!


Pace e bene e studiate la matematica, che poi non mi capite le prove dell'esistenza di Dio :D!

lunedì 18 giugno 2007

La prova dell'esistenza di Dio


che ci crediate o no questa è la migliore prova dell'esistenza di Dio. L'ha fatta Kurt Godel, mica il fruttivendolo da cui mi servo ;)...
Per saperne di più cliccate qui e scorrete la pagina fino in fondo!

Pace e bene.

Stefano

domenica 17 giugno 2007

Più di un milione!!!

CAZZO! CHE FORZA!!!
Eravamo più di un milione! a tutt'oggi la questuranon ha smentito e non entravamo nella piazza San Giovanni, dove i clerico-fasciti familisti erano al massimo 200.000!

Chi è l'Italia? noi o loro?
Un slauto a tutti quelli che c'erano, e un abbraccio a quelli che non c'erano (ma perchè? vabbè avrete avuto un motivo! però mettete in agenda l'appuntamento dell'anno prossimo!)

Vi posto un florileggio di video tanto per dare una pallida idea...







mercoledì 13 giugno 2007

Fate l'ammmmore non la guera!

Sembra che sia tutto vero!

Da "Il Resto del Carlino"

NEW YORK — COMBATTERE le guerre a colpi di ormoni sessuali, gas afrodisiaci, viagra e pillole che provocano flatulenze potenti come tornado, invece di sterminare i nemici con mine e bombe a grappolo o subire migliaia di perdite per il fuoco amico, forse è il sogno di tutti i generali. Quelli del Pentagono però, ribaltando le filosofie di guerra dell’antica Sparta dove i comandanti greci sostenevano che arruolare dei guerrieri omosessuali era un vantaggio perché avrebbero combattuto molto meglio e con più coraggio per difendere i propri compagni di piacere, hanno riflettuto seriamente negli anni 90 convinti di poter realizzare una vera e propria «bomba gay» Detta in questi termini può sembrare una bufala colossale e razziale, ma nei laboratori segreti del ministero della difesa Usa sono stati davvero preparati dei cocktail formidabili a base di ormoni afrodisiaci e stimolanti erotici che avrebbero dovuto trasformare i soldati nemici investiti da queste nuvole di gas in veri e propri protagonisti di orge sfrenate che li avrebbero fatti gettare gli uni sugli altri per raggiungere orgasmi fino allo sfinimento perdendo in questo modo di vista il campo di battaglia. Secondo un’organizzazione pacifistica di Berkeley che ha scoperto il piano, (confermato dal Pentagono)si è appreso che in un centro dell’aeronautica a Dayton in Ohio nel 1994 era stato avviato un progetto di 7,5 milioni di dollari della durata di 6 anni per mettere a punto «una bomba non letale, contenente un prodotto chimico che avrebbe fatto diventare totalmente gay i soldati nemici, provocando un vero e proprio smantellamento delle loro unità di combattimento».

MA IL PENTAGONO sostiene che qualche anno dopo questo tipo di ricerca è stata abbandonata. I documenti del progetto ottenuti dal Sunshine Project, grazie al Freedom of Information Act» sono stati archiviati sotto il nome di «gay bomb» ma con quello meno discriminante di «love bomb». Il capitano Dan McSweeney, uno dei responsabili della «direzione delle armi non letali» della difesa Usa», ammette che studi chimici per realizzare bombe che provocano una fortissima attrazione dei topi, una flatulenza inarrestabile fra le truppe e un’alitosi senza rimedio, sono stati iniziati ma mai completati dal Pentagono quando si coprì che certi cativi odori in molte parti del mondo non sono considerati offensivi dalla stragrande maggioranza della popolazione e quindi non avrebbero mai potuto costituire un efficace deterrente bellico.

Giampaolo Pioli

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io mi offro come volontario per gli esperimenti!!! :D
Allora se parte pe' l'Amerika?

martedì 12 giugno 2007

PARLIAMO DI PRIDE CONOSCENDONE LA STORIA

PENSO SIA DOVEROSO SPIEGARE LE ORIGINI DEL PRIDE E DEL PERCHè SI SVOGE IN QUESTO MODO
I cosiddetti moti di Stonewall, chiamati anche nel loro insieme dal movimento gay americano rivolta di Stonewall, furono una serie di violenti scontri fra gli omosessuali e la polizia a New York. La prima notte degli scontri fu quella di venerdì 27 giugno 1969 poco dopo l´1:20 di notte, quando la polizia irruppe nel bar chiamato "Stonewall Inn", un bar gay in Christopher Street, nel Greenwich Village.

"Stonewall" (così è di solito definito in breve l´episodio) è generalmente considerato da un punto di vista simbolico il momento di nascita del movimento di liberazione gay moderno in tutto il mondo. Per questo motivo il 28 giugno è stato scelto dal movimento LGBT come data della "giornata mondiale dell´orgoglio LGBT" o "Gay pride".

Le incursioni della polizia nei bar gay e nei night club fecero regolarmente parte della vita gay nelle città di tutti gli Stati Uniti fino agli anni ´60, quando divennero marcatamente meno frequenti nelle città principali. Molti concludono che il declino di questi raid può essere attribuito a una serie di azioni legali e all´aumentata resistenza da parte del "movimento omofilo".

Prima del 1965, la polizia registrava l´identità dei presenti al momento dei raid, che in alcune occasioni venne anche pubblicata sui quotidiani. Talvolta caricava sui cellulari quanti più avventori possibile. All´epoca, la polizia usava tutti i motivi che riusciva a escogitare per giustificare un arresto con accuse di "indecenza", tra questi: baciarsi, tenersi per mano, indossare abiti del sesso opposto, o anche il semplice essersi trovati nel bar al momento dell´irruzione.

È importante guardare a prima del 1969 ed esaminare il diverso atteggiamento esistente a New York nei confronti dei bar gay e dei diritti gay. Nel 1965 salirono alla ribalta due figure importanti. John Lindsay, un Repubblicano liberale, venne eletto sindaco di New York con una piattaforma riformatrice. Dick Leitsch divenne presidente della Mattachine Society a New York, all´incirca nello stesso periodo. Leitsch era considerato relativamente militante rispetto ai suoi predecessori, e credeva nelle tecniche di azione diretta comunemente usate da altri gruppi per i diritti civili degli anni 1960.

All´inizio del 1966, a causa delle lamentele della Mattachine, erano cambiate le politiche per cui la polizia stava in strada anche per incastrare i gay e accusarli di atteggiamenti osceni. Il commissario, Howard Leary, istruì le forze di polizia perché non adescassero i gay spingendoli a infrangere la legge e richiese inoltre che ogni poliziotto in borghese avesse un civile come testimone quando veniva arrestato un gay. Ciò pose quasi fine al cosiddetto entrapment (la pratica dell´adescamento con lo scopo di arrestare) dei gay con tali accuse a New York (D´Emilio, p. 207).

Nello stesso anno, allo scopo di sfidare la State Liquor Authority (SLA) sulle sue politiche circa i bar gay, Dick Leitsch condusse un "sip in" (il termine deriva da "sit in", e sip significa "sorseggiare"). Leitsch aveva avvisato la stampa e progettato un incontro in un bar con altri due uomini gay (un bar poteva vedersi revocata la sua licenza di vendita dei liquori se serviva da bere volontariamente a un gruppo di tre o più omosessuali); per verificare la politica della SLA sulla chiusura dei bar. Quando il barista del Julius li mandò via, essi reclamarono davanti alla commissione cittadina per i diritti umani. A seguito del "sip in", il presidente della SLA dichiarò che il suo dipartimento non proibiva la vendita di liquori agli omosessuali. Inoltre, l´anno seguente, due distinte sentenze giudiziarie dichiararono che erano richieste "prove sostanziali" per poter revocare una licenza per gli alcolici. I baci tra due uomini non erano più considerati comportamento indecente. Il numero di bar gay a New York crebbe stabilmente dopo il 1966 (D´Emilio, p. 208).

Così, se nel 1969 i bar gay erano legali, perché allora ci fu l´irruzione allo Stonewall Inn? John D´Emilio, storico gay statunitense, fa notare che la città era nel mezzo di una campagna per l´elezione del sindaco e John Lindsay, che aveva perso le primarie del suo partito, aveva motivo di chiedere un repulisti dei bar della città. Lo Stonewall Inn forniva pretesti per un intervento della polizia. Operava senza licenza per i liquori, aveva legami con il crimine organizzato, e forniva dei "go-go boys" scarsamente abbigliati come intrattenimento. (D´Emilio, p. 231).

Il vice ispettore Seymour Pine, che guidò l´incursione nel bar della prima notte, sostenne che gli venne ordinato di chiudere lo Stonewall Inn perché era il luogo principale ove raccogliere informazioni sugli uomini gay che lavoravano a Wall Street: un incremento nel numero di furti organizzati in aziende di brokeraggio di Wall Street aveva portato la polizia a sospettare che dietro a questi furti ci fossero gay che venivano ricattati. (Carter 262)

Gli avventori dello Stonewall erano abituati a questi raid e il personale era generalmente in grado di riaprire il bar nella notte stessa o in quella seguente. Cosa rese allora diversa questa irruzione, rispetto a tutte le altre?
In proposito ci sono due spiegazioni. La prima è quella storica, che sottolinea come la situazione fosse ormai matura per una ribellione, dopo la crescita del movimento anti-autoritario e di protesta del "Sessantotto", specie quello contro la guerra del Vietnam, a cui avevano partecipato in altra veste molti dei gay che presero parte ai moti. Era nell´aria l´idea che le minoranze avessero il diritto di rivendicare una loro dignità. Da questo punto di vista, il modello fornito dal movimento per i diritti civili dei neri influenzò molto i militanti gay della prima ora, come dimostra il fatto che lo slogan "Gay power" (potere gay) che venne lanciato durante i disordini, derivava direttamente dallo slogan "Black power" (potere nero).
In tale contesto, bastava una scintilla per incendiare gli animi, e questa scintilla fu il raid dello Stonewall.
In effetti, la rivolta del 28 giugno 1969 è considerata un momento di "rottura" nella storia della comunità omosessuale proprio perché ciò che ne venne fuori aveva molte più somiglianze con i movimenti di lotta politica non gay di quegli anni, piuttosto che con i movimenti "omofili" che fino a quel giorno avevano condotto la lotta per i diritti degli omosessuali.
La principale differenza fu che mentre il movimento omofilo cercava d´ integrare gli omosessuali nella società così come essa era, il nuovo movimento, che si autodefinì, usando un termine gergale, "gay", rifiutava l´integrazione in una società giudicata incapace di accettare le diversità, sostenendo che essa andasse rivoluzionata.

La seconda spiegazione è meno rigorosa dal punto di vista storico ma più popolare (e stereotipica), e collega i moti del giugno 1969 con la morte, avvenuta una settimana prima, di Judy Garland, un´importante icona culturale in cui si identificavano molti appartenenti alla comunità gay. Il palpabile lutto per la sua perdita culminò nel suo funerale, il 27 giugno, cui parteciparono 22.000 persone, di cui si stima 12.000 fossero gay. Molti degli avventori dello Stonewall quindi sarebbero stati ancora provati emotivamente quando quella notte avvenne l´irruzione.
Questa è la tesi che viene sposata, e quindi resa celebre, dal film Stonewall.
In realtà molti dei partecipanti alla rivolta dichiararono ripetutamente in seguito che la morte di Judy Garland non fu il fattore motivante.

Diversi fattori differenziano il raid che si svolse il 28 giugno da altri simili allo Stonewall Inn. Generalmente, il sesto distretto avvisava i gestori dello Stonewall Inn prima di un raid. Inoltre, tali raid venivano compiuti abbastanza presto la sera, in modo da permettere il normale ritorno agli affari per le ore di punta della notte.

Approssimativamente all´1 e 20 di notte, molto più tardi del solito, otto ufficiali del primo distretto, dei quali solo uno era in uniforme, entrarono nel bar di Christopher Street. Gran parte degli avventori fu in grado di sfuggire all´arresto, poiché gli unici arrestati furono "coloro i quali si trovavano privi di documenti di identità, quelli vestiti con abiti del sesso opposto, e alcuni o tutti i dipendenti del bar" (Duberman, p. 192).

I dettagli su come ebbe inizio la rivolta variano.
Secondo un resoconto, una transgender di nome Sylvia Rivera scagliò una bottiglia contro un agente, dopo essere stata pungolata con un manganello (Duberman). Un´altra versione dichiara che una lesbica, trascinata verso un´auto di pattuglia, oppose resistenza, incoraggiando così la folla a reagire (D´Emilio, p. 232).
Comunque sia, la mischia si accese in mezzo alla folla, che presto sopraffece la polizia. Intontiti, i poliziotti si ritirarono all´interno del bar. Il cantante eterosessuale Dave van Ronk, che stava passeggiando nella zona, venne afferrato dalla polizia, trascinato nel bar e picchiato. Gli attacchi della folla non cessavano.
Alcuni cercarono di appiccare il fuoco al bar. Altri usarono un parchimetro come ariete per costringere gli agenti ad uscire.
La notizia della rivolta si diffuse rapidamente e molti residenti, così come gli avventori dei bar vicini, accorsero sulla scena.

Nel corso della notte la polizia isolò molti uomini effeminati e spesso li picchiò. Solo nella prima notte vennero arrestate 13 persone e vennero feriti quattro agenti di polizia, oltre a un numero imprecisato di dimostranti. Si sa comunque che almeno due dimostranti vennero picchiati selvaggiamente dalla polizia (Duberman, pp. 201-202). Bottiglie e pietre vennero lanciate dai dimostranti che scandivano lo slogan "Gay Power!".
La folla, stimata in 2.000 persone, battagliò contro oltre 400 poliziotti.

La polizia inviò rinforzi composti dalla Tactical Patrol Force, una squadra anti-sommossa originariamente addestrata per contrastare i dimostranti contro la Guerra del Vietnam. Le squadre anti-sommossa arrivarono per disperdere la folla, ma non riuscirono nel loro intento e vennero bersagliate da pietre e altri oggetti. Ad un certo punto si trovarono di fronte a una fila di drag queen che le prendeva in giro cantando:

We are the Stonewall girls
We wear our hair in curls
We wear no underwear
We show our pubic hair
We wear our dungarees
Above our nelly knees!
("Siamo le ragazze dello Stonewall / abbiamo i capelli a boccoli / non indossiamo mutande / mostriamo il pelo pubico / e portiamo i nostri jeans / sopra i nostri ginocchi da checche!")

Alla fine la situazione si calmò, ma la folla ricomparve la notte successiva. Benché meno violenta del giorno precedente, la folla conservava ancora la stessa elettricità. Le schermaglie tra rivoltosi e polizia proseguirono fino alle 4 del mattino.

Il terzo giorno di rivolta si svolse cinque giorni dopo il raid allo Stonewall Inn. In quel mercoledì, 1.000 persone di radunarono al bar e causarono gravi danni alle cose. La rabbia contro il modo in cui la polizia aveva trattato i gay nei decenni precedenti affiorò in superficie. Vennero distribuiti volantini con la scritta, "Via la mafia e gli sbirri dai bar gay!"

S'io fossi gnostico...

Car*!

nelle pause di nullafacenza che talvolta attanagliano la mia attività lavorativa, mi lancio in letture matte e disperatissime: l'ultima riguarda lo gnosticismo.
Posto che la maggiorparte delle cose che gli gnostici affermavano mi sembrano fregn... ehm, poco condivisibili - su un punto mi sembra invece di essere in completo accordo con loro - la "salvezza" o "liberazione" avviene attraverso la conoscenza. non so se la conoscenza sia l'atto ultimo di liberazione, ma certamente è l'inzio della stessa.
Che ne pensate? La verità ci rende liberi? e se sì, non dovremo almeno capirla?

besos!!!

lunedì 11 giugno 2007

"La gioia è il segno infallibile della presenza di Dio"

"La gioia è il segno infallibile della presenza di Dio"
Teilhard de Chardin

Alla vigilia del Pride, complice un commento ad un post ormai chilometrico di Stefano, ho approfondito la vita e le opere di Teilhard de Chardin, semplicemente attraverso l'articolo su Wikipedia, che vi invito a leggere.
Mi ha colpito la vita di questa persona che ha vissuto sulla sua pelle come scienziato il consenso della comunità scientifica e civile (al punto di divenire , lui gesuita, uno dei geologi ufficiali della Cina tra le due guerre) e come teologo e filosofo l'ostracismo di una chiesa (la minuscola è d'obbligo) impaurita dalla Verità (la maiuscola è importante).
La sua vita è esemplare, ma il suo pensiero è altissimo, se poi si pensa che lo ha dovuto esprimere nel silenzio. In modo originale, forse anche discutibile, forse ancora più coraggioso, ha evoluto il pensiero cristiano per armonizzarlo con le concezioni scientifiche, applicando questa anche allo spirito, cerca infatti di conciliare la dicotomia tra materia e spirito.

Le sue riflessioni sulla questione femminile, ispirata dall'opera di Dante e guidate dalla figura di Beatrice, credo che per noi abbiano molto da dire, perché portano l'attenzione dalla famiglia alla coppia ... se non è modernità questa!

Spero che questa piccola Agorà agapina, dove si parla di filosofia, di mercati, di diritti, dove si parla e ci si diverte, dove si comunica senza dimenticarsi di relazionarsi al di fuori del mondo elettronico, spero appunto che questa Agorà trovi stimolo dalle riflessioni di un vecchio gesuita d'altri tempi ... tempi futuri forse.
Francesco

Al pride!

Car* tutt*!!!

rinnovo il mio appello a tutt* voi! Venire al Pride quest'anno è importante non solo per noi, popolo lgbtq, ma anche e sopratutto per quella 'e' che rappresenta la maggioranza chiassosa ed esibizionista nella quale viviamo. Ed in cui vive anche una "minoranza" di 'e' che non ci odia, né ci disprezza, né ci irride, ma che ci è amica, tra i quali abbiamo amici e amiche, parenti, nipoti, figli, cugini, vicini.

Per loro, vittime come noi di chi ha il terrore della sua libertà e vorrebbe toglierla a noi, spingerci in un angolo, classificarci tra i devianti, inascoltabili, impresentabili, inutili... per tutti i nostri amici e le nostre amiche, i nostri figli, i nipoti, i padri, le madri, i fratelli, i vicini :

VENITE AL PRIDE!
DITELO A TUTTI I NOSTRI AMICI!
CHE VENGANO A FESTEGGIARSI E A FESTEGGIARCI!! A FESTEGGIARE!


Perchè siamo noi la speranza di questo paese! noi lasciamo la porta aperta alla diversità, all'accoglienza di chi non è come noi, all'ascolto di tutti, al rispetto di tutti.


un abbraccio!

stefano

domenica 10 giugno 2007

Voce ai gay

Oggi è il grande debutto del primo coro gay italiano.
Mi correggo: del primo coro "ufficialmente" gay.
Dalle 20,30 presso la Chiesa Valdese in Piazza Cavour n. 32 a Roma
Per il programma clicca qui

Da noi che non possiamo esserci un grosso "in bocca al lupo".

mercoledì 6 giugno 2007

L'uomo è cio che ama...

Leggo su Wikiquote
«"[...] infatti, ciascuno è ciò che ama. Ami la terra? Sarai terra. Ami Dio? Che cosa devo dire? Che tu sarai Dio? Io non oso dirlo per conto mio. Ascoltiamo piuttosto le Scritture: -Io ho detto: voi siete dèi, e figli tutti dell'Altissimo-. Se, dunque, volete essere dèi e figli dell'Altissimo, non amate il mondo, né le cose che sono nel mondo. [...]"»

(Sant'Agostino d'Ippona, "In epistolam Ioannis ad Parthos")

Bellissima frase: moderna, saggia e folle a un tempo. Affascinante.
MA non credete che ci sia una grave "discrepanza" (come diceva la Marchesini...)?
Non ho difficoltà ad affermare quello che Agostino indica con una domanda, ovvero che amando Dio si diviene divini. Mi chiedo perchè diventando Dio si dovrebbe disprezzare il mondo, che pure da Lui viene. Folle quel Creatore che disprezza la creatura! Infatti nel Genesi non c'è scritto sempre "E Dio vide che ciò era BUONO"?...
Quindi se amo Dio, amo anche il mondo, che Lui ha fatto... anzi mi RICONCILIO con il mondo. O no?
Che ne pensate? Ma sopratutto: come hanno fatto queste frescacce platoniche ad entrare così profondamente nella tradizione cristiana?... come sempre una spiegeazione ce l'ho, ma sono cuiroso della vostra :)!

Besos!

Encomio della diversità

Giusto perchè non pensiate che sia troppo bacchettone :), visto il precedente articolo, vi posto anche questo preso da htt://www.arivista.org , Rivista anarchica on line, giugno 2007.
Scusate la logo(no)rrea ;))
Gianni

P.S.
Per i poveri cristi come me che hanno difficoltà nell'associare i nick name con le meravigliose persone che ho conosciuto ad Albano, potreste firmare i post con il nome di battesimo e magari la provenienza? Chiedo troppo?
Ringraziamenti di cuore da un soggetto "affetto" da Alzheimer precoce ^_____^


Encomio della diversità di Francesco e Marta Codello
Rileggendo Montaigne, per riscoprire il suo messaggio di apertura mentale e di tolleranza.
"Ripieni di ogni genere di malvagità, cattiveria, cupidigia, malizia, invidia, omicidio, lite, frode, malignità, maldicenti in segreto, calunniatori, odiatori di Dio, insolenti, superbi, orgogliosi, ideatori di male, ribelli ai genitori, senza intelligenza, senza lealtà, senza amore, senza misericordia" (Paolo, Lettera ai romani, I, 29-31). Se tra i fondamenti della religione cristiana noi includiamo questo pensiero di Paolo sulla comunità cristiana di Roma, se consideriamo questa valutazione sulla condizione umana così preda del peccato, difficilmente possiamo aprire una prospettiva di tolleranza della diversità. Naturalmente il cristianesimo non è solo questo ma questa visione gioca ancora oggi un posto importante nel definire l’etica religiosa del cattolicesimo.A questa pesante impostazione del pensiero occidentale si sono ribellati, nel corso della storia del pensiero, numerosi filosofi, umanisti, liberi pensatori. Ma un posto del tutto speciale, soprattutto per la straordinaria attualità delle sue riflessioni sul tema, merita Michel de Montaigne (1533-1592). Nei Saggi, il più celebre libro dell’autore, molti sono i temi trattati dato il carattere eterogeneo dell’opera. In particolare, Montaigne dimostra davvero di essere interessato all’argomento della diversità ed alle sue implicazioni.Dapprima egli affronta il problema sotto il punto di vista del giudizio: è inopportuno giudicare una persona usando come parametri le proprie caratteristiche, bisogna invece considerare le persone per quello che sono in sé per poter essere in grado di esprimere un parere il più oggettivo possibile. È indispensabile non lasciarsi prendere dall’invidia e saper riconoscere negli altri tutte le qualità. Scrive infatti: "Io non incorro affatto nel comune errore di giudicare un altro secondo quel che io sono. Ammetto facilmente cose diverse da me. Per il fatto di sentirmi impegnato a una certa forma, non vi obbligo gli altri, come fanno tutti; e immagino e concepisco mille contrarie maniere di vita; e, diversamente dalla gente comune, noto in noi più facilmente la differenza che la rassomiglianza".Sono racchiusi in questi passi alcuni elementi di valutazione di se stessi nei confronti dell’altro che richiamano un sano e giusto relativismo metodologico e, al contempo, l’affermazione forte di concetti che si vorrebbero universali. Infatti nel momento in cui, si dichiara la necessaria disponibilità a non assurgere la propria identità a unico spazio di incontro, si sostiene, al contempo, l’inevitabilità della diversità, riconoscendo in questo un necessario valore universale. Quando Montaigne afferma che "c’è altrettanta differenza tra noi e noi stessi che tra noi e gli altri" egli riconosce implicitamente che ognuno di noi è l’insieme di più identità e che così facendo e così riconoscendo è più facile scoprire una o più identità comuni a quelle di altri.A testimonianza del sincero interesse che Montaigne nutre nei confronti del diverso concorre il fatto che egli abbia dedicato a questo tema un intero saggio (Dei cannibali).In questa sede l’autore, prendendo a pretesto il proposito di riferire il racconto di un suo ospite che ha vissuto a lungo nella Francia Antartica (l’attuale Brasile), traccia un elogio degli abitanti di queste terre. Essi, infatti, così incorrotti ed innocenti per le loro abitudini primitive, sono molto meno selvaggi di quanto comunemente si pensi. Se si intende giudicarli, però, prima di tutto, come testimoniano opere di autori del passato, è necessario rendersi indipendenti da ogni pregiudizio, afferma con semplicità ma con determinazione il pensatore francese. I suoi pensieri e le sue riflessioni costituiscono ancor oggi un utile esercizio metodologico che dovrebbe impegnare le nostre considerazioni che spesso invece lasciamo traboccare da un comune sentire frutto di una cultura solo apparentemente tollerante.Citando esempi concreti egli vuol dimostrare come sia stato semplicistico valutare in modo condizionato e ideologico ogni popolo, quando il riferimento erano i parametri propri del cosiddetto senso comune, che in realtà nasconde quasi sempre dei pregiudizi appunto ideologici, formulati da chi svolge un ruolo di potere e spesso di sopraffazione. Nei confronti di queste operazioni culturali Montaigne ci mette in guardia in modo chiaro e forte: "Ecco come bisogna guardarsi dall’aderire alle opinioni volgari, e come bisogna giudicarle con la ragione, e non per quello che ne dice la gente".Barbarie o ottusità?
E nel popolo dei "cannibali" c’è davvero qualcosa di barbaro? Non si tratta piuttosto di ottusità da parte di coloro che giudicano? L’uomo europeo, civilizzato, è convinto che tutto ciò che produce sia perfetto e tende a dimenticare che solo la natura, la "grande e potente madre natura" è fonte ed esempio di bellezza e ricchezza e che l’intero complesso delle arti umane non è altro che una banale copia di tale perfezione. I selvaggi abitatori del Nuovo Continente e tutte le piante da cui traggono nutrimento, quindi, come frutti della stessa natura sono altrettanto degni e anzi, forse ancora di più.Scrive ancora il filosofo francese: "Ora mi sembra, per tornare al mio discorso, che in quel popolo non vi sia nulla di barbaro e di selvaggio, a quanto me ne hanno riferito, se non che ognuno chiama barbarie quello che non è nei suoi usi". Infatti troppo spesso abbiamo come punto di riferimento, che riteniamo fondante, per la verità quello delle opinioni, degli usi, delle tradizioni, dei valori e degli ordinamenti, della nostra presunta superiore civiltà occidentale. Anzi, come giustamente sostiene Montaigne, "essi (gli altri, ndr) sono selvaggi allo stesso modo che noi chiamiamo selvatici i frutti che la natura ha prodotto da sé nel suo naturale sviluppo: laddove, in verità, sono quelli che col nostro artificio abbiamo alterati e distorti dall’ordine generale che dovremmo piuttosto chiamare selvatici. In quelli sono vive e vigorose le vere e più utili e naturali virtù e proprietà, che invece noi abbiamo imbastardite in questi, soltanto per adattarle al piacere del nostro gusto corrotto".I valori, poi, degli uomini che appartengono a questi popoli non sono così diversi da quelli "comuni": "tutta la loro scienza etica contiene solo questi due articoli, la fermezza in guerra e l’amore verso le loro donne" inoltre, la loro tenacia nei combattimenti è straordinaria poiché essi non conoscono paura e fuga. Persino la loro usanza di mangiare i propri prigionieri, che può lasciare più perplessi, viene presentata da Montaigne come qualcosa di valutabile criticamente e poi presa come spunto di riflessione. Come può l’uomo occidentale stupirsi di fronte ad una tale usanza e allo stesso tempo chiudere gli occhi davanti ai veri e propri gesti di barbarie compiuti dai coloni portoghesi?Scrive ancora: "Noi rileviamo il barbarico orrore che c’è in tale modo di fare, ma piuttosto del fatto che, pur giudicando le loro colpe, siamo tanto ciechi riguardo alle nostre. Penso che ci sia più barbarie nel mangiare un uomo vivo che nel mangiarlo morto (egli allude alle torture e alle violenze che la guerra fomenta e dispensa, ndr). Possiamo dunque ben chiamarli barbari, se li giudichiamo secondo le regole della ragione, ma non confrontandoli con noi stessi, che li superiamo in ogni sorta di barbarie". Montaigne dunque non rinuncia a formulare un giudizio etico ma lo fa riferendosi a un valore universale, quello della ragione, che accomuna tutti gli esseri umani. Non pronuncia sentenze paragonando la propria cultura con le altre secondo parametri arbitrari e di supposta superiorità. Anzi non esita, come si vede, a denunciare la barbarie che è in noi anche se questa si presenta sotto le vesti di civiltà. Anzi, per certi aspetti, la condizione dei cosiddetti barbari rappresenta un monito continuo e forte nei confronti del degrado cui noi ci siamo sottoposti attraverso la nostra presunta superiorità. Loro, i diversi, "sono ancora nella situazione di desiderare solo quel tanto che le loro necessità naturali richiedono; tutto quello che va al di là è superfluo per loro".Ma questi uomini detti selvaggi, cosa penseranno di chi li giudica? Che parere si saranno fatti dell’uomo occidentale, cosa penseranno dei suoi valori? Chi è veramente il "diverso"?"Dissero che prima di tutto trovavano molto strano che tanti grandi uomini, con la barba, forti e armati, che stavano attorno al re si assoggettassero a ubbidire a un fanciullo, e che invece non si scegliesse piuttosto qualcuno di loro per comandare; in secondo luogo (essi hanno una maniera di parlare secondo la quale chiamano gli uomini la metà degli altri) che si erano accorti che c’erano fra noi uomini pieni fino alla gola di ogni sorta di agi, e che le loro metà stavano a mendicare alle porte di quelli, smagriti dalla fame e dalla povertà; e trovavano strano che quelle metà bisognose potessero tollerare una tale ingiustizia, e che non prendessero gli altri per la gola o non appiccassero il fuoco alle loro case".
Illuminanti riflessioni
Da questi testi emerge chiaramente quanto stia a cuore a Montaigne il tema della tolleranza e della comprensione di ciò che è altro da noi. Con queste sue illuminanti riflessioni dalla sconcertante attualità, infatti, egli riesce ad instillare nel lettore il dubbio di chi siano veramente gli strani, gli insoliti: se fossimo noi quelli fuori dal comune, come vorremmo che gli altri si comportassero nei nostri confronti? Questo ben si colloca nella sua visione profondamente scettica della realtà secondo la quale "Il mondo non è che una continua altalena. Tutte le cose vi oscillano senza posa" e dunque l’atteggiamento più consono all’uomo saggio è quello del dubbio e della relativizzazione.Quello che sembra il filosofo voglia comunicarci, dunque, è la necessità di possedere: a) un’ampiezza di vedute che ci permetta di comprendere e conoscere la molteplicità del mondo che ci circonda; b) la consapevolezza della fondamentale uguaglianza di tutti gli esseri umani in quanto prodotti di una medesima natura.Montaigne, in sintesi, critica la tendenza dell’uomo europeo a chiamare barbarie quello che non è nei suoi usi, mette sullo stesso piano le usanze dei popoli "civili" e dei popoli "primitivi" e professa un atteggiamento di accettazione dei comportamenti che deviano dall’uso della maggioranza dando in tal modo al mondo occidentale una lezione di tolleranza che spiazza per la sua attualità e che è auspicabile che ciascuno di noi tenga presente.

martedì 5 giugno 2007

La Fede e il sacrilegio

Car* amic* leggendo gli ultimi post mi sono un pò demoralizzato e allora ho fatto un capatina sul sito del buon, vecchio e caro p. Alberto Maggi e il mio umore è migliorato, spero che accada anche a voi dopo aver letto questo articolo. Qua e là ho videnziato dei passi che mi hanno colpito.
Piccola indicazione esegetica: quando si parla della prostituta in questo passo non si sta parlando di una persona in particolare o della categoria delle prostitute, ma in generale di tutti coloro che vengono considerati nel peccato, quindi per esteso anche noi omosessuali.
Gianni

La Fede e il sacrilegio

Fede e Religione
Nella religione ebraica, così come nelle altre grandi religioni, il rapporto con Dio era basato sull’osservanza di un codice di leggi che si riteneva sacro, in quanto proveniente dal Signore stesso.
Per sapere come comportarsi e conoscere se si era graditi o no a Dio, se si peccava o meno, l’Ebreo aveva pertanto come punto di riferimento la Legge, massima espressione della divina volontà, trasmessa al popolo attraverso Mosè (Es 19-24).
Questo sistema religioso, consolidato nei secoli, è giunto indenne fino al cambiamento avvenuto attraverso Gesù, il Cristo, l’uomo che gli evangelisti presentano come la piena rivelazione di Dio[1].

Gesù ha proposto agli uomini una nuova relazione con Dio, non più basata sull’osservanza della Legge, ma sull’assomiglianza dell’amore del Padre.

Per Gesù, il vero credente non è chi obbedisce a Dio osservando le sue leggi, ma colui che assomiglia al Padre praticando un amore simile al suo[2]. Questo nuovo rapporto con la divinità è talmente speciale, che non ha potuto essere catalogato nella categoria “religione”[3], parola assente nei vangeli. Il “vino nuovo” di Gesù ha avuto infatti bisogno di “otri nuovi” (Mt 9,17), in quanto le strutture tradizionali della religione non erano adatte a contenere e ad esprimere la novità del suo messaggio.
Nella religione l’uomo si considera un servo e la divinità viene vista come un padrone, al quale sottomettersi e ubbidire. La nuova relazione con Dio, proposta da Gesù, non è più quella di un servo nei confronti del suo Signore, bensì quella di un figlio nei confronti del Padre. Un Padre che non chiede nulla agli uomini, ma che si fa dono per tutti. Questa nuova relazione prende il nome di “fede”.
Nella fede, la vita dell’uomo non tende verso Dio, ma parte da Dio e l’uomo non vive più per Dio, ma con Dio e come Dio.
Ed è proprio nella tensione tra la religione e la fede che si sviluppano le dinamiche evangeliche.
Nel linguaggio popolare si sente spesso dire che la fede è un dono di Dio, e in quanto tale molti si sentono esentati (“Beato tu che hai fede: il Signore a me non l’ha data!”), per cui il responsabile della fede non è l’uomo, ma Dio, una divinità capricciosa che ad alcuni dona fede abbondante, ad altri poca e infine a molti nessuna. Per altri poi la fede è una sorta di assicurazione contro gli infortuni (“Avevo tanta fede, ma poi mi è successo questo…”). Al primo rovescio della vita si perde la fede, o meglio si abbandona, perché si è vista inefficace e incapace di proteggere dalle avversità che l’esistenza a tutti fa incontrare.
Dai vangeli risulta che la fede non è un dono di Dio agli uomini, ma la risposta degli uomini al dono d’amore che Dio fa a tutti.
Un brano illuminante è quello della guarigione dei dieci lebbrosi narrata nel vangelo di Luca (Lc 17,11-18): Gesù guarisce dieci lebbrosi, ma di questi solo uno, un Samaritano, “tornò indietro lodando Dio a gran voce” (Lc 17,15). A tutti Gesù, presenza di Dio sulla terra, ha donato la guarigione, ma solo uno ringrazia. I dieci lebbrosi sono stati tutti guariti, ma uno solo è quello salvato. È l’aver preso coscienza del dono di Dio che l’evangelista definisce fede: “Alzati e va’; la tua fede ti ha salvato” (Lc 17,18).
Nella religione l’uomo deve meritare l’amore di Dio, nella fede deve accoglierlo.
Con Gesù, l’amore di Dio non va più meritato per i propri sforzi, ma accolto come dono generoso e gratuito della misericordia del Padre. Il Dio di Gesù non considera i meriti degli uomini, ma i loro bisogni.
I criteri stessi del vivere religioso vengono ribaltati, e quel che agli occhi della religione è visto come sacrilegio, agli occhi di Gesù, il “Dio con noi” (Mt 1,23), sono espressione di fede. È lo stesso che presenta Luca nell’episodio della peccatrice e il fariseo (Lc 7,36-50).

Ospite sgradito
Gesù è stato invitato a pranzo da “uno dei farisei”.
I farisei erano un gruppo religioso laico caratterizzato dall’osservanza scrupolosa della Legge di Mosè. Per accelerare la venuta del regno di Dio, i farisei s’impegnavano a vivere quotidianamente tutte le prescrizioni richieste al sacerdote nel limitato periodo in cui prestava servizio nel Tempio (Lv 9-10; 21; 22,1-9). Da tutto il complesso di norme e osservanze, i farisei avevano ricavato trecentosessantacinque proibizioni e duecentoquarantotto precetti che imponevano dei doveri, per un totale di ben seicentotredici precetti da osservare. Questi numeri, secondo la simbolica farisaica derivavano dagli elementi che componevano il corpo (248) e dal numero dei giorni dell’anno solare (365): l’uomo ogni giorno doveva vivere nell’osservanza totale della Legge divina.
Inoltre, a tali prescrizioni i farisei aggiungevano la meticolosa osservanza del riposo del sabato, giorno in cui era proibito eseguire qualunque tipo di lavoro. I farisei avevano dedotto che c’erano trentanove lavori principali vietati (dal numero di lavori necessari per la costruzione del Tempio), suddivisi a loro volta in trentanove lavori secondari, per un totale di millecinquecentoventuno lavori proibiti. I farisei per questo loro particolare tipo di vita godevano di grande rispetto da parte del popolo e avevano fama di santità.
Gesù non considera costoro altro che dei commedianti (lett. ipocriti), i quali compiono le loro azioni per essere glorificati dagli uomini (Mt 6,2).

Fin dal primo contatto, i farisei si sono dimostrati ostili a Gesù.
La prima volta hanno sentenziato che bestemmiava (Lc 5,21), ritenendolo quindi passibile della pena di morte. Inoltre i farisei si scandalizzano perché i discepoli del Cristo mangiano e bevono con pubblicani e peccatori, categorie di persone ritenute immonde (Lc 5,30), e, pieni di rabbia nei confronti di Gesù, cercano di eliminarlo in quanto deride la loro fama di santità (Lc 6,7-11).
Con questi precedenti è chiaro che l’invito a pranzo da parte del fariseo non è un segno di ospitalità, ma un’insidia preparata ai danni di Gesù.
È questo il primo dei tre pranzi con i farisei ai quali Gesù è stato invitato.
Il Cristo non è un ospite accomodante: tutte le volte che è stato invitato a mangiare dai farisei ha mandato il cibo di traverso a quanti lo avevano ospitato (Lc 11,37-54; 14,1-24).
L’evangelista sottolinea che Gesù, “entrato nella casa del fariseo, si sdraiò a mensa” (Lc 7,36). Gli ospiti, com’era uso nei pranzi festivi, mangiavano sdraiati su dei divani posti circolarmente attorno a un basso tavolino, ove veniva posto il vassoio con il cibo.
All’improvviso, in questo pranzo nella casa del fariseo, accade l’inimmaginabile: “Ed ecco! Una donna, una peccatrice della città, avendo saputo che giaceva a mensa nella casa del fariseo, portò un vaso di alabastro di unguento…” (Lc 7,37).
Nei banchetti erano presenti solo gli uomini, il compito delle donne era di lavorare in cucina, luogo dove la tradizione le aveva da sempre relegate (vedi Marta, “tutta presa dalle molte cose da fare”, Lc 10,40). Ebbene, in questo banchetto, tenuto nell’abitazione del pio fariseo, dove non entra nulla d’immondo e dove c’è un controllo maniacale che tutto sia puro e purificato[4], s’introduce una nota peccatrice di quella città.
“Non avvicinarti alla porta della sua casa”, intimava la Scrittura (Pr 5,8) riguardo alle prostitute. Ma qui è la prostituta che entra in casa del fariseo.
Non solo entra una donna, il che già era motivo di scandalo, in quanto le femmine, per via delle mestruazioni erano considerate perennemente in stato d’impurità (Lv 15, 19-30), ma una prostituta, insozzando così con la sua presenza tutta la casa. Ma non basta, la donna entra con in mano le armi del mestiere: un vaso di unguento, l’olio profumato con il quale massaggiare i clienti (Ez 23,41; Pr 7,17).
Questa donna è l’unica meretrice protagonista di un incontro ravvicinato con Gesù nei vangeli. Il personaggio è anonimo e in quanto tale, rappresentativo di quanti si specchiano nella sua condizione[5].
Per la comprensione dell’episodio e del comportamento della donna, occorre ricordare che nella cultura del tempo difficilmente la prostituzione era una scelta. Raramente una donna era spinta a quel mestiere dalla fame o dalla miseria, la prostituzione era il più delle volte la drammatica conseguenza del nascere femmina.
La nascita di una bambina era infatti considerata una disgrazia per i genitori. Una femmina è “un’inquietudine segreta, la preoccupazione per lei allontana il sonno…” (Sir 42,9) dichiara la Bibbia, e “Il mondo non può esistere senza maschi e senza femmine, ma felice colui i cui figli sono maschi e guai a colui i cui figli sono femmine”[6], sentenzia il Talmud.
Era considerato normale, quando in una famiglia c’era già qualche bambina, abbandonare la neonata ai margini del villaggio la notte stessa della sua nascita[7]. Se sopravviveva agli animali randagi, la neonata era raccolta dal mercante di schiavi che l’allevava e la rivendeva poi come prostituta quando aveva tra i cinque e gli otto anni. Pertanto la prostituta era una donna che fin dalla più tenera età era stata allevata ed educata con un unico scopo: piacere ai maschi e farli godere, accontentandosi per la sua prestazione anche di “un tozzo di pane” (Pr 6,16).

Scena scabrosa
La donna non sembra far caso allo scandalo dei commensali e al loro disgusto e, postasi dietro Gesù, “presso i suoi piedi, piangendo, con le lacrime cominciò a bagnare i piedi e con i capelli del capo li asciugava e baciava insistentemente i piedi e li ungeva con l’unguento” (Lc 7,38).
La scena è scabrosa e l’evangelista insiste volutamente su quelli che agli occhi dei pii farisei non potevano che figurare come atti imbarazzanti oltre che indecenti.
Le donne, quelle oneste, dalla pubertà avevano sempre il capo velato. Solo il giorno delle nozze la moglie era autorizzata a mostrare le sue chiome. Per il resto della sua vita non mostrava mai i capelli, neanche in casa[8], e il marito poteva ripudiare, senza l’obbligo di versarle la somma concordata nel contratto matrimoniale per tale evenienza, la moglie che s’azzardava a uscire senza velo[9]. Sciogliersi i capelli davanti agli uomini era ritenuto tanto sconveniente che era motivo sufficiente per ripudiare la moglie[10].
Per questi motivi i capelli erano considerati un’arma irresistibile dalla forte carica erotica, come dimostra l’episodio di Giuditta che “spartì i capelli del capo” (Gdt 10,3), sedusse Oloferne e gli fece perdere la testa (in tutti i sensi). Sono solo le prostitute che sfoggiano le chiome per adescare i clienti. E questa non solo esibisce impunemente i capelli, ma li adopera per asciugare i piedi di Gesù dopo averli unti con l’unguento. Inoltre, scrive l’evangelista, costei baciava insistentemente[11] i piedi di Gesù, e per ben tre volte Luca menziona l’oggetto dell’azione della prostituta: i piedi, parte del corpo ad alto contenuto erotico, in quanto nella Bibbia sono un eufemismo adoperato per indicare gli organi genitali (Es 4,25; Is 6,2; 7,20).
Per quanto la scena sia scabrosa e imbarazzante, Gesù non reagisce, lascia fare.
Eppure lasciarsi anche solo sfiorare da una di quelle rende l’uomo impuro e inabile al rapporto con Dio. I rabbini prescrivevano che da una prostituta occorreva stare distanti almeno due metri.
Come mai Gesù non si ritrae?
Perché non la rimprovera?
Il Signore, che “non guarda le apparenze ma il cuore” (1 Sam 16,7), accetta il gesto della donna, che vuole esprimere la sua riconoscenza, nell’unico modo che conosce, usando tutto l’armamentario di cui dispone: capelli, bocca[12], profumo e mani esperte nel massaggiare. La riconoscenza espressa dalla donna ha lo scopo di ringraziarlo di un perdono che sa già di avere ottenuto da quel Padre che Gesù ha annunciato “benevolo verso gl’ingrati e i malvagi” (Lc 6,35).
Se Gesù non reagisce ci pensa il fariseo che l’aveva invitato.
Devoti a un Dio giudice, i farisei si ritengono superiori agli altri uomini e in diritto di giudicarli in base ai loro parametri religiosi[13]. Essi sanno chi è accetto a Dio e chi no. Per questo il fariseo commenta indignato e scandalizzato: “Questo se fosse un profeta conoscerebbe chi e che razza di donna è quella che lo tocca, perché è una peccatrice” (Lc 7,39).
Per il fariseo quindi è evidente che Gesù, che evita di nominare e al quale si riferisce con evidente disprezzo (“questo…”), non è un profeta, altrimenti non permetterebbe a una prostituta di provocarlo[14]. Del resto come era stato possibile scambiare per uomo di Dio quel Gesù definito “un ghiottone e gran bevitore amico di pubblicani e peccatori” (Lc 7,34)?
Nell’episodio appena citato si scontrano due visioni: quella del fariseo, abituato a giudicare in base ai criteri religiosi e quella di Gesù, manifestazione visibile dell’amore del Padre, che non è venuto per giudicare, ma per “cercare e salvare ciò che era perduto” (Lc 19,10).
“Reagendo Gesù gli disse: Simone ho da dirti qualcosa” (Lc 7,40). L’evangelista intende contrapporre due punti di vista differenti: Il fariseo non ha visto una donna, ma una peccatrice. Gesù non vede un fariseo, ma un uomo, Simone (unica volta che nel vangelo di Luca un fariseo viene presentato col suo nome).
Gesù espone al fariseo una brevissima parabola: “Un certo creditore aveva due debitori. Uno gli doveva cinquecento denari e l’altro cinquanta[15]. Non avendo essi da restituire graziò entrambi. Chi dunque di loro lo amerà di più?” (Lc 7,41-42).
Nei due debitori Gesù raffigura la peccatrice e il fariseo, colui che ha poco da farsi perdonare e colei che ha tanto. Anziché adoperare il verbo condonare o perdonare, l’evangelista adopera graziare[16], usato solo in questo episodio e per la restituzione della vista ai ciechi (“e ai molti ciechi donò[17] di vedere”, Lc 7,21). Il creditore non si è limitato a cancellare il debito, ma è andato oltre: ha fatto un dono, un dono che non nasce dai meriti del debitore, ma dalla generosità del creditore.
Scopo della breve parabola è di far riflettere il fariseo sulla sua situazione personale, senza che egli ne abbia coscienza: la parabola presenta la sua storia, ma Gesù la racconta come se si trattasse di un'altra persona. Il giudizio che Simone deve dare è il giudizio su se stesso. Infatti il fariseo risponde di malavoglia: “Suppongo che sia colui al quale ha graziato di più” (Lc 7,43).
Il fariseo che pretendeva di fare da maestro a Gesù è trattato dal Signore come un allievo, al quale pone le domande e dà pure il voto: “Hai giudicato bene” (Lc 7,43).
Poi Gesù si volta verso la donna e chiede a Simone: “Vedi questa donna qui?” (Lc 7,44). Al fariseo, che non ha visto una donna, ma una peccatrice (Lc 7,39), Gesù corregge lo sguardo e invita Simone ad avere lo stesso sguardo di Dio, che non giudica gli uomini secondo il loro comportamento religioso o morale, ma vede il cuore.
Al fariseo, che per il suo stile di vita pio e devoto si sente superiore e distante dalla peccatrice, Gesù fa presente quanto il comportamento della donna sia stato migliore del suo: “Entrando in casa tua non mi hai dato l’acqua per i piedi. Lei invece con le lacrime ha bagnato i miei piedi e con i suoi capelli li ha asciugati. Un bacio non mi ha dai dato. Lei invece da quando sono entrato non ha smesso di baciarmi i piedi. Olio sulla testa non mi hai cosparso. Lei invece con profumo ha unto i miei piedi” (Lc 7,44-46).

Gesù ha opposto tre gesti d’amore riconoscente della donna a tre mancanze d’accoglienza da parte del fariseo.
La prima delle azioni che Gesù rimprovera a Simone di non aver compiuto, è la più usuale, quella alla quale ogni ospite aveva diritto: ricevere l’acqua per lavare i piedi. La mancanza di questa indispensabile offerta denota l’atteggiamento ostile del fariseo nei confronti di Gesù, che viene ricevuto in casa ma non ospitato. La peccatrice invece ha lavato i piedi di Gesù non con dell’acqua esterna, ma con le sue lacrime, sgorgate dal suo amore riconoscente.
La seconda mancanza del fariseo è di non aver baciato il suo ospite: il bacio era considerato un segno di benvenuto. Al fariseo, il puro per eccellenza, che intende mantenere le distanze dal discusso Galileo, amico di pubblicani e di peccatori, Gesù indica l’atteggiamento della donna che sta ancora baciandogli i piedi, esprimendo un’incontenibile gratitudine.
Segno di onore e di consapevolezza dell’importanza dell’ospite, era l’olio profumato[18]. L’onore che il fariseo non ha reso a Gesù, gli è stato reso dalla donna.
A questo punto Gesù emette una sentenza simile a quella della parabola del fariseo e del pubblicano (Lc 18,9-14). Nella parabola Dio ignora le inutili preghiere del pio fariseo e dirige tutto il suo amore sull’impuro pubblicano che “non osava alzare nemmeno gli occhi al cielo” (Lc 18,13). Tra il pio fariseo e il peccatore il Signore sceglie quest’ultimo (“Questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua in pace con Dio”, Lc 18,14), perché Dio non guarda i meriti degli uomini ma i loro bisogni: “non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati” (Lc 5,31).
Gesù si rivolge in maniera severa al fariseo, dicendo: “Per questo motivo ti dico: A lei sono condonati i peccati anche se molti, perché ha amato molto. Colui al quale poco è condonato (almeno) un poco ama” (Lc 7,47).
Sia la peccatrice sia il fariseo sono già perdonati dal Signore.
Solo la donna ne è cosciente e lo dimostra. Il perdono offerto a Simone non ha provocato il suo amore. È questo il rimprovero di Gesù al fariseo: anche se lui, nella sua perfezione, pensa di aver poco da farsi perdonare, potrebbe dimostrare un minimo d’amore.
Poi Gesù si rivolge alla donna con un’affermazione che susciterà i commenti malevoli degli altri invitati: “Disse poi a lei: ti sono condonati i peccati” (Lc 7,48). Gesù conferma che la peccatrice non ha ottenuto il perdono a causa dell’amore che ha dimostrato, ma che ha dimostrato questo amore a causa del perdono già ricevuto.

La bestemmia del Cristo
I commensali sono scandalizzati, “e cominciarono a dire tra di loro: Chi è questo che condona anche i peccati?” (Lc 7,49). Come Simone, anche costoro evitano di nominare Gesù e si riferiscono a lui con un termine volutamente dispregiativo (questo).
Come fa Gesù a perdonare una peccatrice che non ha ottemperato a nessuno degli obblighi prescritti per ottenere il perdono dei peccati?
La domanda che i commensali si pongono si collega al commento negativo che già scribi e farisei avevano espresso sull’operato di Gesù: “Chi è costui che pronuncia bestemmie? Chi può rimettere peccati, se non Dio soltanto?” (Lc 5,21). Gesù sta usurpando il ruolo di Dio, l’unico che ha il potere di perdonare i peccati, pertanto è un bestemmiatore e come tale meritevole della pena di morte. Gesù non si cura dei commenti malevoli e continua a parlare alla donna: “Ma egli disse alla donna: la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace” (Lc 7,50).
Quel che agli occhi dei religiosi farisei era una trasgressione e un incitamento al peccato, per Gesù non è altro che una riconoscente manifestazione di fede.

Mentre il fariseo ha visto morte (peccato) in quella che era un’espressione di vita (fede), Gesù vede la vita là dove sembra sia peccato.

Gesù non invita la donna a “non peccare più”, come ha fatto per l’adultera (Gv 8,11), e non le chiede neanche di cambiare mestiere, perché a una donna del genere non è possibile.

Non può trovare un marito, perché nessuno sposerebbe una prostituta, non può tornare in famiglia (se mai l’ha avuta), ma può entrare nella comunità del regno. È quel che sembra suggerire l’evangelista, che subito dopo aggiunge che si erano unite al gruppo di Gesù “alcune donne che erano state guarite da spiriti maligni e da infermità” (Lc 8,2).

Mentre i farisei si lamentano che il regno di Dio tarda a manifestarsi a causa dei peccati delle prostitute e dei pubblicani, Gesù li avverte che proprio i pubblicani e le prostitute hanno preso il loro posto nel regno (“In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio”, Mt 21,31).

Il regno atteso da questi religiosi era riservato a pochi privilegiati, che potevano presentare una condotta immacolata: i “giusti” che vi entravano per i propri meriti. Il regno inaugurato da Gesù è la sfera dell’amore del Padre, dove non si entra per i propri sforzi, ma per la misericordia di quel “Dio che ha rinchiuso tutti nella disobbedienza per usare a tutti misericordia” (Rm 11,32).

Gesù si rivolgerà con le identiche parole anche a un’altra figura femminile considerata impura: la “donna che da dodici anni soffriva di emorragia e che nessuno era riuscito a guarire” (Lc 8,43).
Una donna colpita da questa infermità viene considerata immonda ed equiparata a una lebbrosa[19]: non può né avvicinare né essere avvicinata, se sposata, non può avere rapporti col marito e se nubile, non può sposarsi. Per la sua situazione la religione la condanna alla sterilità. L'inarrestabile flusso del sangue la porta alla morte.
La Legge di Dio le impedisce di toccare chiunque, ma il desiderio della vita è più forte di ogni tabù morale e religioso. Se continua a osservare la Legge non commetterà peccato, ma morirà; se prova a trasgredirla, ha una speranza di vita.
La donna s’intrufola tra la folla che segue Gesù e una volta alle sue spalle, sperando che nessuno se ne accorga, gli tocca il mantello “e immediatamente l’emorragia si arrestò” (Lc 8,44).
Ma il suo gesto ha trasmesso la sua impurità a Gesù, che ora è infetto a sua volta. Ebbene, Gesù anziché rimproverare la donna che lo ha reso impuro, la loda: “Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace” (Lc 8,48)[20]. Ancora una volta quel che agli occhi della religione è apparso come un sacrilegio, per Gesù non è stato altro che un'espressione di fede.

Note
[1] “Dio nessuno lo ha mai visto: l’unico Figlio, che è Dio ed è in seno al Padre, è lui che lo ha rivelato” (Gv 1,18).
[2] “Siate misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso” (Lc 6,36).
[3] Per religione s’intende quell’insieme di atteggiamenti che gli uomini hanno nei confronti della divinità per ottenerne i favori, il perdono e la benevolenza, ovvero tutto quel che l’uomo deve fare per Dio, visto come traguardo ultimo della propria esistenza.
[4] “I farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati le mani fino al gomito, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie e di oggetti di rame” (Mt 7,3-4); “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pulite l’esterno del bicchiere e del piatto…” (Mt 23,25).
[5] Il desiderio di assicurarsi la redenzione della peccatrice portò in passato a identificare erroneamente questa prostituta in Maria di Magdala (“La Maddalena”), donna che non ha nulla a che vedere col personaggio di Luca, ma che, posta da Giovanni presso la croce di Gesù (Gv 19,25), ha portato la tradizione a vedere in lei la Maddalena pentita, con sollievo di benpensanti e moralisti. Fu un papa, Gregorio Magno (590-604), che nelle sue “Omelie sul Vangelo” fuse in un unico personaggio tre donne differenti: la peccatrice di Luca, Maria di Betània (sorella di Lazzaro) e Maria di Magdala.
[6] Baba Batra B. 16
[7] “Nessuno ebbe pietà di te… ma come una cosa ripugnante fosti gettata via in aperta campagna il giorno della tua nascita” (Ez 16,5).
[8] “Mai le travi della mia casa videro le trecce dei miei capelli”. Così rispose la madre di sette figli, tutti sommi sacerdoti, a chi le chiedeva come aveva potuto avere tanto onore (Yoma B. 47°).
[9] Ketubot M. 7,6.
[10] Tosefta Sota 5,9.
[11] Luca usa il verbo kataphileô, che denota insistenza, permanenza, anziché il più comune phileô (baciare).
[12] “Con le lusinghe delle sue labbra lo seduce” (Pr 7,21).
[13] “Il fariseo, stando in piedi, pregava così fra sé: O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano…” (Lc 18,11).
[14] Il verbo “toccare” (gr. aptô), usato dal fariseo per descrivere l’azione della donna, ha una forte carica erotica ed ha il significato di palpare, tastare. Lo stesso verbo viene adoperato per indicare i rapporti sessuali: “È cosa buona per l’uomo non toccare [mê aptesthai] donna” (1 Cor 7,1).
[15] La paga di un operaio era di un denaro il giorno.
[16] Gr. charizomai.
[17] Gr. echarisato.
[18] Cf Sal 23,5; 133,2.
[19] Zabim 5,1.6
[20] Nella versione di Matteo Gesù addirittura la incoraggia (“Coraggio”, Mt 9,22).

Non ho parole....



Sono a dir poco indignato, scusate per la qualità dell'immagine che non è delle migliori (potete ingrandirla cliccandoci sopra), ma dovevo proprio riportare l'articolo del giornale, a scanso di equivoci, su cui ho aggiunto il mio personale pensiero in rosso.
.... e il giornalista conclude comprendendo la posizione dell'Arcidiocesi (siamo al paradosso?) ed alquanto preoccupato che i lettori sappiano che non ha fatto descrizione dettagliata del fatto (allora, è ignorante e tendenzioso!) e che non lo ha fatto con faciloneria. Poveri noi.... cose come "interesse, tutela, rispetto, non discriminazione dei minori" dove sono???

venerdì 1 giugno 2007

AnnoUno


Finalmente un po' di coraggio qualcuno l'ha mostrato.
Ieri sera ho seguito con attenzione e anche una certa soddisfazione personale la trasmissione di Santoro, Annozero, nella quale come sappiamo è stato presentato il famigerato Sex Crimes and the Vatican.
Per sgombrare il campo dirò subito che ho apprezzato lo stile di Mos. Fisichella. Meno quello di Don Di Noto.
In tutta la trasmissione ha fatto mostra della superiore abilità dialettica che ammiro e invidio profondamente nei prelati curiali: contra factum non valet argumentum dicevano i logici medievali, infatti MAI il nostro ha attaccato uno solo dei fatti esposti, ammettendo così che sono TUTTI VERI, ha piuttosto utilizzato in modo sottile la cosidetta fallacia ad hominem: scredita chi afferma qualcosa se l'argomento che porta non è confutabile.
Avete notato come, esordendo dopo la proiezione, è stato capace di solidarizzare con le vittime e affermare che "bisogna portare un grande rispetto per le vittime" da parte di tutti, per evitare che siano strumentalizzate? Meraviglioso: ha insinuato che il documentario strumentalizzasse le vittime raccontando la loro storia, ne abusassse di nuovo, e ha accusato (un segno rivelatore dei suoi occhi verso l'autore è stato assai eloquente) implicitamente chi ha prodotto questo documentario di aver strumentalizzato la sofferenza dei bambini.
Il suo autocontrollo è stato ammirevole, pur mostrando di essere in seria difficoltà. Degluttiva spesso, lo sguardo era forzatamente impassibile, le parole tutte studiate per non lasciar trasparire autorità ma autorevolezza... Don Di Noto invece è stato preso spesso in contropiede, troppe emozioni, lo sguardo sbarrato, le parole e i ragionamenti confusi... Non credo farà strada tra le gerarchie...
Non ho apprezzato sul finire il pressing che Santoro ha fatto a Fisichella, era così in difficoltà, senza troppi appoggi dai suoi (il giornalista e dirigente (?) delle Acli non ha saputo controbbattere a nulla, ha solo saputo inveire contro una supposta vendetta per il Family Day, argomento pietoso - la scuola cattolica sta perdendo colpi se produce queste figure di dirigenti... devono tornare a studiare latino e retorica o sono guai! per loro...) - mi è sembrato quasi si potesse concedergli l'onore delle armi.
Odifreddi è stato poco interpellato. Peccato, era chiaro al punto giusto. Solo con lui il prelato si è permesso un tono sprezzante. E se lo confrontiamo con il giornalista della BBC possiamo vedere come noi italiani veniamo considerati dalle gerarchie: sudditi che non devono osare interloquire - alla domanda di Odifreddi "Ma perchè rendere questo documento segreto se spiega come comportarsi verso un crimine?" Fisichella ha risposto "Questi documenti non sono mica rivolti a lei! Non li scriviamo certo per lei."... Interessante no?
Tutto diverso il tono, spesso in difficoltà, con l'autore del documentario che non aveva alcuna soggezione "religiosa" nei confronti del monsignore e che, grazie a questo, ha potuto accusare e ribattere colpo su colpo: meravigliosa la sua puntualizzazione di essere stato abusato in prima persona e che la Chiesa non ha fatto nulla PRIMA degli scandali ma solo DOPO e solo in America e in Europa.
Una bella pagina di televisione, come purtroppo non se ne vedono.
Per concludere, leggete i giornali e le farneticazioin con cui la CDL ha accolto la puntata di AnnoZero: insulti, proclami, intimidazioni. Non un riferimento ai fatti.

I fatti che come sappiamo sono come i muli: ottusi e puntano sempre in una direzione.